SPECIALI | Arte e Fede. Dialogo per un incontro nella bellezza

 giovedì 15 novembre 2018, ore 21:00

giovedì 22 novembre 2018, ore 21:00

giovedì 29 novembre 2018, ore 21:00

INGRESSO GRATUITO

Relatori delle serate: Andrea Calvi, Giulia Bugada e Melania Di Maio

Moderatore delle serate: Mattia Molteni

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“L’Arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”: nelle parole del pittore astrattista svizzero-tedesco E. P. Klee (1879-1940) si condensa il senso di questi brevi momenti di riflessione su un possibile punto di incontro tra l’Arte e la Fede. Arte e Fede. Visibile e Invisibile. (Ma possono incontrarsi?).

Inutile dire, anzitutto, che una simile possibilità è auspicabile in riferimento ad un’esperienza artistica legata non solo sentimentalmente ma anche spiritualmente all’universo estetico - teologico del Cristianesimo ‒ Fede, questa, che su Verità dogmatiche fonda i propri orizzonti. Non solo: le Certezze del Cristianesimo ruotano tutte intorno al Mistero di una Verità originaria che, Invisibile, si è resa manifesta agli occhi del mondo attraverso l’Immagine incarnata della Bellezza. La Bellezza è il volto sensibile ‒ visibile e tangibile ‒ della Verità invisibile, in quanto la Bellezza è Carne: Carne fatta per mostrarsi nella sua Verità; Carne fatta per mostrare, nella sua Bellezza, la Verità invisibile. Carne come luogo primo di rivelazione della Bellezza di questa Verità originaria.

Da ciò si comprende la ragione per cui, se l’atto creativo dell’artista è un atto “ispirato da” questa Verità, ciò che ne risulta è un’“arte sacra”. La “sacralità” dell’arte cristiana, cioè, le deriva dal fatto di essere “sostanzialmente” un’arte “del Sacro”: suo oggetto di rappresentazione sono le “Cose sacre” ‒ i dogmi, le Certezze prime ‒ alle quali si è chiamati a credere con fede. Tuttavia, se ‒ come anticipato ‒ il perno di simili Certezze è l’Incarnazione della Bellezza in una Carne vera, visibile e tangibile, l’ispirazione artistica (cristiana) non può essere soltanto una pura e semplice “rappresentazione”. Al contrario, deve necessariamente essere anche, e soprattutto, un “Qualcosa” di più. Ma che cosa, esattamente?

Lo si è in parte già detto: se l’Immagine è la realtà visibile e, dunque, esperibile dell’Invisibile, ogni immagine ispirata dall’Invisibile non può che contenere, nella sua realtà iconica, la “Presenza” di quella stessa Immagine. Comincia, così, a svelarsi il senso dell’affermazione iniziale del pittore astrattista. L’Arte ‒ l’arte sacra di tradizione cristiana ‒ non tanto o non soltanto come “segno” visibile di questa Immagine, bensì come luogo della Sua “rivelazione”: in una parola, l’Arte come “Presenza”.

Ma se a farsi presente è l’Immagine incarnata della Bellezza, non è forse l’Arte il punto di incontro con l’Incarnazione della Bellezza? Vale a dire: ciò che le immagini sacre dell’arte cristiana ci invitano a fare non è forse un’esperienza viva e vera, “estetica” ‒ sensibile ‒, di questo incontro? E in questo incontro, abbracciando noi la Carne della Bellezza, non tocchiamo forse la “nostra” bellezza, la bellezza della “nostra” carne?

Se così è, se, cioè, tanto la carne, la “nostra” carne, quanto le immagini sacre dell’arte cristiana sono “presenze” vere di Bellezza, possiamo asserire allora con tutta certezza che sì, veramente l’Arte, come la Vita, incontra la realtà sacra ed intangibile della Fede nel volto sensibile della Bellezza.
I momenti di riflessione proposti, pertanto, vogliono essere un’occasione in cui mettere in luce lo stretto rapporto tra l’Arte e la Fede all’interno dell’esperienza estetico-teologica del Cristianesimo, sia in una prospettiva storica sia in una prospettiva filosofico-fenomenologica ‒ con l’obiettivo e l’augurio di poter chiarire il fatto che, senza il Mistero dell’Incarnazione, ogni discorso “cristiano” sulla bellezza risulterebbe del tutto vanificato o, quantomeno, privo di quei fondamenti necessari, se non imprescindibili, per giustificare e comprendere il mistero della bellezza umana.

Melania Di Maio

Le relazioni

giovedì 15 novembre

L’Estetica teologica: radici storico-filosofiche per un nuovo accesso alla Bellezza. Tra Oriente e Occidente, dalla tardo-antichità a H. U. von Balthasar

relatore: Andrea Calvi

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Icona. Estetica. Teologia. Sono questi i riferimenti in cui prende vita il percorso storico-filosofico che si affronterà: un’avventura che valica due secoli di pensiero teologico.
La principale questione, soggetto ed oggetto di questo viaggio, trova le sue radici nel cristianesimo delle origini: lì, quel che si affermerà poi come iconografia e pensiero teologico-estetico, si pone nei termini di una proto-simbologia la cui funzione si declina nella sfera di determinazione di una identità nascente, quella della comunità ecclesiale dei primi cristiani.

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Gli eventi storici che faranno da sfondo e che insieme attraverseremo, partiranno dalla famosa conversione di Costantino nel 313 per giungere ai concili che si susseguiranno durante tutta la tardo-antichità, fino ad entrare nell’alto medioevo.
Dopo aver fatto un breve salto nell’Ortodossia orientale, toccato il tema teologico dell’icona e dell’«Assoluto visibile» declinato dalla grande figura di Pavel A. Florenksij, concluderemo il percorso immergendoci nel pensiero e nelle pagine di Hans Urs von Balthasar, fondatore in senso proprio dell’Estetica Teologica e grande riferimento del pensiero cristiano del Novecento.

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giovedì 22 novembre

Nuovi occhi per l'ortodossia: l'arte sacra i Dostoevskij e le immagini della modernità

relatore: Giulia Bugada

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La biografia di Dosotevskij si intreccia al percorso spirituale della Russia, del quale egli diverrà primo portavoce nel suo aderire ad uno spirito nazionale che fortemente si identifica con la tradizione ortodossa.

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Nel panorama delle rappresentazioni sacre ortodosse, ed in particolare in Russia, la forma espressiva più significativa e caratteristica dell’alterità invisibile è certamente quella dell’icona. La proposta della relazione sarà dunque quella di un’interpretazione iconica delle figure che costellano i romanzi dell’autore.<br/ >Particolare attenzione sarà dedicata all’individuazione dei riferimenti ai grandi capolavori della pittura sacra presenti nell’opera dostoevskijana: oltre alle citazioni esplicite, si evidenzieranno quelle parti dei romanzi ove le scene paiono propriamente costruire il rispecchiarsi di tali capolavori, citazioni certo consapevoli ed immediatamente identificabili dai contemporanei.
Il percorso intrapreso si ripropone, così, di indagare la possibilità di una traduzione dei caratteri formalizzati figurativi in caratteri letterari, al fine di comprendere, da un lato, il ruolo delle immagini nel panorama della modernità russa, e, dall’altro, il suo rapporto con la letteratura.

  

giovedì 29 novembre

Carne sacra e humana dignitas: Michelangelo e la glorificazione del corpo umano nella Cappella Sistina

relatore: Melania Di Maio

Siamo esseri di carne: innegabile evidenza, è questa una “terribile” verità, oppure “rivelazione” di vera bellezza? La “nostra” carne è soltanto puro fango preso dalla nuda terra (Gen. 2, 7) ‒ e, pertanto, proprio come il fango, si comporta: è fragile, corruttibile, incline alla caduta, condannata al peccato, etc.? Oppure è “qualcosa” di più: è quel quid essenziale, “sostanziale”, che ci rende “degni di ammirazione” (G. Pico della Mirandola); che dà valore alla nostra esistenza di uomini ‒ humana dignitas?

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Sono questi gli interrogativi di senso a cui, questa sera, cercheremo di fornire un’adeguata risposta ‒ altrettanto di senso ‒ che possa dirsi chiara e condivisibile, almeno nella sua evidenza. E lo faremo proprio a partire da un’Evidenza pura: la Verità dell’Arte, in riferimento ai corpi dipinti da Michelangelo nella Cappella Sistina. Un’evidenza, la loro, che ci sorprende e, forse giustamente, suscita in noi un certo terrore (G. Vasari). Perchè è l’evidenza della “bellezza carnale” (G. Bonanno): una bellezza che ha il suo fondamento nella carne. Una carne dipinta, certo, ma pur sempre una carne: una carne che celebra l’uomo, nella nuda bellezza del suo corpo. Questa la verità che si racconta nel capolavoro michelangiolesco tra le Storie della Genesi srotolate nei riquadri al centro della volta con la serie di Ignudi che fanno da cornice, e il celebre Giudizio Universale steso sulla parete retrostante l’altare.

Ed è proprio qui, dunque, dove scatta immediata una domanda che può essere d’aiuto tanto nella comprensione quanto nella risoluzione del problema che ci siamo posti in partenza: perché, se nell’Arte la Verità ‒ Evidenza pura ‒ è la Bellezza, la Bellezza consacrata dall’Arte dovrebbe avere, da parte sua, un seppur minimo valore di veridicità: dovrebbe indicare o, meglio, mostrare la Verità (J. Keats, Ode su un’urna greca). Quello che l’arte michelangiolesca ci invita a fare è, appunto, chiederci se la carne dipinta non possa essere la chiave di volta della questione iniziale: la carne è o non è realmente il senso della vera bellezza dell’uomo ‒ della sua sacra dignitas?

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Individuare una risposta di senso ad un simile quesito non sarà affatto un’impresa da poco, poiché dovremo anzittutto recuperare il senso originario della “verità dell’uomo” (“verità antropologica”), a lungo sepolta nei fondali della memoria di un Occidente platonico e platonizzato a metà nella sua tradizione simbolico-culturale. Che cos’è l’uomo in verità? Un essere “esemplarmente divisum in sé” (M. Moretti) oppure un essere unitario? Solo spirito o anche carne? E il corpo? Che cos’è il corpo, se non è né carne né spirito? È soltanto un Körper (Husserl), un “oggetto” privo di senso al pari dei corpi inerti della fisica, come le dure pietre che formano l’asfalto delle strade o, peggio, come le particelle da cui quelle sono composte (M. Henry)? È il “nostro” corpo un “automa”, un “orologio” automatizzato, una “macchina”(Cartesio) ad uso del “nostro” Io? E l’Io? Che cos’è l’Io? Siamo “altro”, noi, dal “nostro” corpo? “Abbiamo” soltanto un corpo di cui servirci come strumento o da cui, addirittura, svincolarci perché, con le sue esigenze, i suoi impulsi, le sue passioni, è proprio il corpo ad incatenare il “nostro” Io? È, dunque, il corpo una “prigione”, una “tomba” del nostro essere (Platone)? Non è, invece, il corpo “qualcosa” di più? Non è il corpo l’espressione di senso dell’unità di carne e spirito? L’uomo non “è” forse il suo corpo, vale a dire: un Leibkörper, un “corpo vivo” (Husserl), latore di senso “nel” e “del” mondo? Se così è, il senso di questo “corpo vivo” qual è? Non è forse la carne, realtà fenomenologica invisibile ma sensibile, che accoglie e sente in sé la Vita (M. Henry)? Ma, allora, da cosa la carne deriva il suo senso, il suo valore? Esiste una Carne originaria tale da conferire “dignità” (valore) alla carne dell’uomo? Ammesso che esista, qual è questa Carne? E, soprattutto, perché o in che modo questa Carne prima può avvalorare la bellezza della “nostra” carne?

Eccoci così fare ritorno al punto d’origine. Perché un’indagine sul valore di veridicità della bellezza di una carne dipinta altro non significa se non andare alla ricerca del fondamento ultimo ‒ kantianamente: il “trascendentale” ‒ di questa medesima verità o ‒ il che, come si è visto, è lo stesso ‒ di questa bellezza. Deve, cioè, esservi una Verità prima, originaria, assoluta che “in-carni” in sé il volto della Bellezza pura. Soltanto una Bellezza pura “in-carnata”, infatti, può legittimare ogni discorso sulla bellezza della carne. E lo stesso vale per i corpi michelangioleschi affrescati nella Sistina: la loro bellezza trova ragion d’essere solo nella possibilità ‒ a priori ‒ di un “atto in-carnazionale” (M. Henry) ‒ o Incarnazione ‒ della Bellezza.

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Dalla filosofia alla teologia, con la fenomenologia come ponte e vascello che ci consentirà di spostarci dall’una all’altra sponda. Da Platone a Husserl, attraversando il dubbio di cartesiana memoria per approdare all’antropologia biblica ‒ vetero- e neotestamentaria. Da Michel Henry a Tertulliano e a Ireneo di Lione. Nel mezzo, la Scrittura del Genesi, le Lettere di Paolo e l’Annuncio di una Parola che si è fatta “storia”: che, cioè, si è tradotta (o “tras-figurata”?) in Immagine visibile o, meglio ancora, in una Carne visibile e tangibile. Questo l’itinerario del nostro viaggio: un viaggio nella bellezza della carne ‒ reale o dipinta che sia ‒ che si concluderà nell’incontro con la Bellezza pura “in-carnata” ‒ a patto, ovviamente, che la ragione, disarmata del suo logos, lasci spazio alla fede. Soltanto la fede potrà dare senso alla bellezza dell’uomo rivelata nell’arte. Perché se la fede è luce, è da questa luce ciò da cui il senso del capolavoro michelangiolesco della Sistina viene illuminato nella sua evidenza. Ed è grazie a questa luce che un simile capolavoro può ancora oggi risplendere nella storia dell’arte, come già il Vasari, in pieno Cinquecento, guardando al passato, aveva forse (seppure inconsciamente) profetato battezzandolo come “la lucerna che ha fatto tanto giovamento e lume all'arte della pittura, che ha bastato a illuminare il mondo per tante centinaia d'anni in tenebre stato” (G. Vasari).

 

I relatori

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Andrea Calvi

Sono nato il 17 gennaio 1993 e risiedo a Trezzano Rosa, un paese sul confine tra le province di Milano e Bergamo. La passione per la lettura e la storia mi hanno spinto ad iscrivermi al liceo classico dove è nato l’interesse per il pensiero e la filosofia: da lì la scelta del percorso universitario.
Ottenuta la laurea magistrale in Scienze Filosofiche con una tesi su "L'icona tra estetica e teologia. Un percorso storico-filosofico" sotto la supervisione dei professori G. Lacchin ed E. Franzini presso l'Università degli Studi di Milano, ho cominciato a svolgere l'attività di assistente nelladidattica presso la cattedra di Estetica della stessa Università, in collaborazione con il prof. G. Lacchin.
Nel tempo libero, coltivo la passione per la musica che mi vede impegnato come organista del coro della parrocchia in cui risiedo.

 

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Giulia Bugada

Sono nata il 6 aprile 1992. Vivo a Calco, un paesino nella provincia di Lecco. A Lecco ho avuto modo di frequentare il Liceo artistico Medardo Rosso.
Ho da sempre coltivato, infatti, la passione per l’arte e, in generale, le forme espressive: passioni che sono riuscita a conciliare nel mio percorso universitario, impostando il mio piano di studio intorno ai rami della letteratura e della filosofia estetica. Mi sono così laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Filosofia, e, successivamente, in Scienze filosofiche, sotto la guida del Prof. G. Lacchin e del Prof. E. Franzini. Con il lavoro di ricerca, propedeutico alla stesura della tesi di Laurea Magistrale, ho avuto la possibilità di approfondire gli argomenti a me cari dell’arte sacra ortodossa, della sua relazione con la letteratura russa, e del loro incontro nel tema della bellezza.

 

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Melania Di Maio

Nata il 7 febbraio 1992, Albavillese d’origine, devo la mia formazione intellettuale al desiderio di conoscere il nuovo come l’antico che da sempre accompagna il mio iter studiorum. L’amore per l’Arte unito alla curiosità per l’Antichità greco-romana mi porta a iscrivermi all’indirizzo storico-artistico del Liceo classico A. Volta di Como.
Non scemando l’interesse per il passato, proseguo negli studi classici mentre mi affaccio sul mondo accademico dell’Università degli Studi di Milano. Dopo una prima laurea in Scienze dell’Antichità ‒ ottenuta a pieni voti con una tesi in Storia della filosofia antica intitolata: Seneca e la volontà di fare il bene, sotto la supervisione del Professore F. Trabattoni ‒, prendono il sopravvento l’amore per il Sapere puro e il richiamo della Bellezza nell’Arte.
Conseguo così a pieni voti una seconda laurea in Scienze filosofiche con una tesi in Estetica intitolata: Carne sacra e humana dignitas. Michelangelo e la glorificazione del corpo umano nella Cappella Sistina, sotto la supervisione dei Professori G. Lacchin, E. Franzini e S. Sferrazza.
La convinzione nell’universale accessibilità della Cultura in ogni sua forma o genere d’espressione orienta la mia scelta post-universitaria verso il corso di Specializzazione in Audiodescrizione per non vedenti e sottotitolazione per non udenti presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori ‒ Altiero Spinelli di Milano che tuttora frequento.
Nel tempo libero, mi lascio attivamente coinvolgere dall’Arte nel risvolto pratico dell’esperienza creativo - espressiva. Dopo anni dedicati alla pittura e alla musica, attualmente mi diletto nella recitazione teatrale, nella danza, nella fotografia e nella composizione poetica. Mi dà sollievo passeggiare ai piedi delle vette della “mia” bella Brianza.
Il mio poliedrico modus essendi trova sostanza nel motto (o monito?) nietzschiano: “Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante” ‒ F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra (1883-1885), Prologo.

 Moderatore

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Mattia Molteni

29 anni. Attualmente giornalista collaboratore presso il Giornale di Erba, ha conseguito la Laurea in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano; ha conseguito il Master in Sicurezza Economica, Geopolitica e Intelligence presso la SIOI di Roma, e ha svolto un periodo formativo presso la Camera di Commercio Italo-Thailandese di Bangkok.

 

 

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